PONTI X L'ARTE Ass. Culturale

Edo Bertoglio (Lugano, 1951) si diploma in regia e montaggio al Conservatoire Libre du Cinéma Français di Parigi ('75) per poi trasferirsi a Londra e nel '76 a New York, dove rimane stabilmente per 14 anni lavorando come fotografo per varie testate giornalistiche americane, giapponesi, francesi e italiane legate al mondo della moda, dell’arte e del costume. Dal ’78 all’82, collabora regolarmente con la rivista Andy Warhol’s Interview e con il critico rock Glenn O’Brien al programma TV Party, incentrato sulla New Wave e la controcultura. Nel 1980 dirige Downtown 81, film che racconta una giornata nella vita del graffitista Jean-Michel Basquiat, all’epoca pressochè sconosciuto, mostrando uno spaccato della vivace comunità artistica newyorkese. Ultimato nel '99 dopo varie vicissitudini, il lungometraggio viene presentato nel 2000 al Festival di Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs. Dal 15 febbraio al 5 aprile '81, Edo Bertoglio è fra i protagonisti dell’evento multimediale intitolato New York/New Wave, che si svolge negli spazi dismessi della P.S.1 (Public School 1) nel Queens. Nel 2005 termina il secondo film, Face Addict, che viene proiettato con successo al 58° Festival del Film di Locarno. È la storia della Downtown Scene di fine Anni ’70 e inizi ’80: uno struggente percorso alla riscoperta di New York, 20 anni dopo, attraverso i ricordi dei protagonisti della scena musicale e delle arti visive. Attualmente Edo Bertoglio realizza documentari e progetti fotografici per esposizioni.
<i>EDO BERTOGLIO</i><span>Read</span>
Beppe Borella (Bergamo, 1972), inizia a lavorare come fabbro approcciandosi al ferro come primo materiale di costruzione. Il contatto con il mondo dell’arte avviene grazie all’incontro col gallerista Stefano Fumagalli che gli svela bellezze e segreti delle opere dei grandi maestri dell’Arte Contemporanea. Ad attrarlo sono soprattutto le sculture, che accendono in lui un’innata capacità creativa oltre che tecnica. Doti che Borella ha modo di evolvere e perfezionare collaborando con Giuseppe Uncini alla realizzazione di alcuni grandi lavori in cemento e ferro. È proprio lavorando questi materiali che quasi per uno scherzo del destino si concretizza il fatidico incontro col marmo: vivo, energico, capace di proiettarlo nella sostanza di forme e superfici da modellare e levigare creando con istintiva forza scultorea giochi di luci e ombre. L’unione perfetta di manualità e creatività permette così all’artista di scolpire opere fantastiche, sinuose, ironiche e potenti che sembrano provenire dagli spazi siderali e all’improvviso dialogano con la Pop Art, cogliendo il significato più giocoso e accattivante del termine.

Marmo, pietra, granito, ferro. Materiali che Beppe Borella padroneggia scolpendo, levigando, modellando la forma. Le sue sculture, ironiche e “dadaiste” quanto lui, sono potenti e insieme fantastiche. Ci sono forme che mi piace definire “from outer space”: come gli Asteroidi, il Cubo Spaziale, Empty Space 1 che riecheggia il monolite di 2001: Odissea nello Spazio. Forme come Rabbit OGM che citano...
<i>BEPPE BORELLA</i><span>Read</span>
Paolo Facchinetti (Nembro, 1953) inizia la sua formazione artistica all'Accademia Carrara di Belle Arti a Bergamo frequentando i corsi di disegno e di nudo. Fin dagli inizi la sua arte è caratterizzata da un forte dualismo. L'Astrattismo e la ricerca cromatico-formale convivono con la ritrattistica e la capacità di cogliere l'essenza del soggetto. Il movimento fisico-gestuale dell'attimo in cui il colore si deposita sulla tela è riconoscibile sempre e spesso è parte fondamentale dell'opera. Dal '72, Facchinetti espone in numerose mostre personali, collettive e partecipa a rassegne d'arte nazionali e internazionali.

È sempre, profondamente meditativa la pittura informale di Paolo Facchinetti. Ci racconta microcosmi impalpabili e sfuggenti dove i colori hanno modo di rivelarsi omogenei e diluiti: promettendo allo sguardo di chi li approccia stati d’animo quieti, rasserenati. Quando la gestualità si fa eterea e leggera – vedi i cieli, che l’artista lombardo illumina di uno spiritualismo quasi ascetico – a palesarsi sono nebulizzazioni sovrapposte e stratificate che lasciano trasparire morbide carezze cromatiche messaggere di albe e di tramonti. Quando invece il gesto pittorico è più viscerale, ecco accendersi a colpi di spatola segni più tangibili, presenti, materici. Vi sono, poi, cristallizzati nel bianco e nel nero filamenti e rami che ci fanno tangibilmente percepire una natura che si aggroviglia. In ogni caso, l’abilità di Facchinetti consiste nell’orchestrare con maestrìa fasci di luce e coni d’ombra –...
<i>PAOLO FACCHINETTI</i><span>Read</span>
Thomas Heller (Pirmasens, Germania, 1961) scopre in Spagna l’amore per la pittura e la scultura. Dalla Figurazione passa all’Astrattismo per poi approdare a un mix di forme, simboli e colori che tuttavia coinvolgono elementi concreti. Frequenta varie accademie artistiche e stage di formazione: Circulo de Bellas Artes ed Escuela G. Aparicio (Madrid), Städelschule (Francoforte), Freie Kunstschule (Berlino), Scuola di Schultere (Svizzera), Scuola d’Incisione di Gigi Pedroli (Milano) e, più volte, la Sommerakademie di Salisburgo fondata da Oskar Kokoschka e frequentata da artisti contemporanei quali G. Eisler, E. Wagner, Zhou Brothers e Mohamed Abla. Dal 2014, un'opera della mostra "Shoes For Ever" è presente nella collezione permanente del Museo Internazionale della Calzatura Pietro Bertolini, a Vigevano (PV).

Lo sentiamo affiorare dalle tele, il ticchettìo dei tacchi a spillo sul selciato. Merito della magmatica, vibrante pittura di Thomas Heller che ritrae scarpe intriganti, calpestanti, emozionanti. “La scarpa è lo specchio dell’anima”, scrisse Alberto Savinio. E la prorompente carica espressionista che cattura l’anima di queste calzature, sprigiona colpi di pennello che sfiorano l’arte informale (è il caso di Blue e Upsidedown) mescolando con abilità colori e materia. Le scarpe che l’artista tedesco delinea con forza, scontorna o rende visionarie, assumono ruoli (e anime) ben precisi dopo aver bypassato la loro originaria funzione protettiva. Ecco, allora, gli accessori feticisti di Seduzione, Nudo e Black Pumps,...
<i>THOMAS HELLER</i><span>Read</span>
Marco Moggio (Tradate, 1972) frequenta una scuola di grafica pubblicitaria e matura negli anni la passione per la fotografia, che dal '95 si trasforma da gioco a professione. Fra lavoro in sala posa e camera oscura, avviene il radicale passaggio dalla fotografia "analogica" a quella digitale. Compresa la nuova tecnica e le sue incredibili potenzialità, nel 2012 Moggio dà vita al progetto Cartaluce: idea controcorrente che propone foto stampate sui nuovi supporti Fine Art. Nel 2015, la serie fotografica "In Luce" viene esposta al Castello di Monteruzzo, a Castiglione Olona (VA).

Si nutrono di luce, le fotografie di Marco Moggio. La assorbono. Se ne impossessano. Scattare foto, per l’artista lombardo, significa disegnare letteralmente con la luce affinché la materia risulti il più possibile morbida, levigata, sensuale. In un suggestivo, solenne accavallarsi di bianchi e neri che colgono l’immobilità del tempo, vengono alla luce tracce nel buio. Sono corpi che accarezzando ipotesi neoclassiche – si pensi alle sculture di Antonio Canova – formulano il medesimo linguaggio estetico/meditativo. Elementi e pensieri, nella leggerezza e nella plasticità di questi chiaroscurali nudi, interagiscono in un afflato che è sempre e spontaneamente poetico. Freme, impreziosito dalla luce e circondato da uno spazio che si fa respiro assoluto, il nudo femminile che si raggomitola e si accuccia sul monolite quasi a voler pudicamente nascondere, umanamente proteggere la propria energia vitale. Poi, l’immobilità cede il passo alla meditazione del...
<i>MARCO MOGGIO</i><span>Read</span>
Dopo aver effettuato studi tecnici, Claudio Verganti (Cuvio, 1944) si dedica all’attività di imprenditore nell’azienda di famiglia. Seguendo le orme del padre, bravo pittore dilettante, coltiva la passione per l’arte disegnando con pastelli a olio e sperimentando vari mezzi d'espressione plastica. Nel 2011 partecipa con un suo quadro Informale alla 54° Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia. Vive e lavora tra Milano, Ostuni e Buenos Aires.

Si ha la percezione di entrare “dentro” la pittura densa e pastosa di Claudio Verganti. Artista informale – ha partecipato con una sua opera alla Biennale di Venezia 2011 – sprigiona spatolate di colore che si accendono, sgomitano, collidono fra loro. Giallo, arancio, ocra, macchie nere che “traspirano” dalle tele, tocchi d’azzurro e improvvisi bagliori rossofuoco, danno “cromoterapeuticamente” vita a suo ogni quadro. Verganti, soprattutto, affida alle poetiche carezze dei colori (ma anche alla loro fisicità) il compito di esprimere se stesso nel modo più liberatorio possibile, esaltando una pastosità ricca di elementi evocativi. Nel suo gesto pittorico che coglie l’efficacia del segno e il dinamismo dei piani sovrapposti, affiorano la polimatericità di Roberto Crippa, le masse cromatiche di Alfredo Chighine, le consunzioni di Alberto Burri (per dare più “spessore” alle sue opere, l’artista lombardo talvolta inserisce frammenti di sacchi di juta che si imbevono di colore). E proprio la juta, di volta in volta, si trasforma in lembo di terra,...
<i>CLAUDIO VERGANTI</i><span>Read</span>