Group Show di SF6

FOTOGRAFIA @ AAF 2016

SPAZIOFARINI6

"Microcosmi" e' un idea che nasce dopo aver fotografato il letto del fiume Kamo da uno dei ponti della città di Kyoto durante un recente viaggio in Giappone. Il fiume, nonostante vada a modellare in maniera quasi unica il territorio di un'antica e sontuosa città, nella sua interezza non si distingue da altri fiumi per tratti di singolare bellezza, tuttavia il particolare catturato dalla mia fotografia mette in risalto una complessità di forme e colori che solo un occhio vigile e curioso può percepire e assaporare. Il mondo e' composto da molteplici realtà di straordinaria bellezza che nascondono all'interno infiniti microcosmi di inimmaginabile e forse ancor più unico splendore. La superficie di una pietra calcarea, le venature di un tronco di albero, i cristalli formati dal ghiaccio, un lembo di mare attraversato da un branco di pesci, ma anche lo stesso cibo contenuto in una padella rovente, sono mondi nei mondi. Dall'osservazione di un particolare nasce l'idea di racchiudere il particolare stesso in un cosmo, un microcosmo. La fotografia ha qui il compito di impressionare l'osservatore facendolo riflettere sulla bellezza, quasi astratta, nascosta nelle piccole cose. Si tratta di fotografia che in un certo senso vuole allontanarsi dal realismo oggettivo della fotografia, diventando quasi arte astratta. Se vogliamo leggere questo progetto in un ottica sociale, si può quasi dire che viene in qualche modo trattato il tema, molto attuale, della salvaguardia e valorizzazione delle ricchezze locali e autoctone. In un mondo che per decenni...
<i>GIOVANNI CROVETTO</i><span>Read</span>
Conchiglie. Forme naturali da cui l'Homo sapiens è stato affascinato fino dalle origini, e ha tratto, e tuttora trae, monili e ornamenti. "Capesante" dalle quali per secoli, in pittura e scultura, ha fatto uscite Veneri. Curiosità accumulate nelle wunderkammern e, dal ''600 ad oggi, nei quadri di Natura Morta. Fino a Damien Hirst, che ne ha composti decine di esemplari nella sua opera Forms without life (1991). Nella realtà, tali sono: esoscheletri, strutture ossee di molluschi morti, bellissime ma senza vita. E tali rimangono nelle fotografie assolutamente perfette (potenza del digitale) dei volumi dedicati agli appassionati.
Ma quando nell'immagine dell'oggetto naturale l'autore ha infuso il proprio soffio vitale, la denominazione Natura Morta falsa il significato dell'opera d'arte. Molto meglio sostituirla con quella in uso nelle lingue germaniche: Still Life, Stilleben. Cioè vita immota, vita sospesa, o, come usò de Chirico, vita silente. Diresti morto il Conus marmoreus di Rembrandt? morto lo Strombus gigas di Odilon Redon? e infine, morti i nautili (o i peperoni) di Edward Weston?
Ecco, nella fotografia d'una conchiglia ho tentato di dare a modo mio respiro e vita a quello scheletrino fatto di calcite, aragonite e conchiolina. Lo sfondo oscuro e l'immediato confronto con una forma altrettanto definita ma di natura completamente diversa vogliono estraniare la conchiglia dalla sua origine naturale e ricontestualizzarla in uno spazio quasi metafisico. Lì le relazioni, evidenti o segrete, di affinità o di contrasto fra le due forme...
<i>CARLO MACCA'</i><span>Read</span>
Le “nature morte” di Fausto Meli si situano in una prospettiva storica: evocano infatti la tradizione olandese e fiamminga del XVII secolo. Simile è la cristallina nitidezza della frutta e della verdura in primo piano. Simile è pure l’uso sapiente di una luce radente che illumina i soggetti e li fa emergere da un fondo oscuro e ombroso. Diversa, per contrasto, è invece la composizione: mentre in quell’antica tradizione pittorica le nature morte erano composte da un insieme di elementi disparati (festoni di fiori, frutta e altri oggetti), Meli sceglie di fotografare i suoi soggetti uno per uno, come a voler costruire una serie di ritratti frontali. Vediamo così l’immagine di un limone che sembra ergersi trionfante su un basamento di legno, poi quella di una zucca, di un broccolo, di un melograno, di una castagna… Ognuno di questi singoli vegetali se ne sta lì, davanti allo sguardo degli osservatori, quasi fosse un individuo, una “persona”, quasi avesse qualcosa da dirci… Ma cosa? Se le nature morte del Seicento intendevano sviluppare il tema del memento mori, volevano cioè farci percepire l’evanescenza della vita, la sua vanitas, il suo inesorabile trascorrere verso la morte – per contro questi “ritratti vegetali” di Fausto Meli, proprio grazie all’evidenza frontale, alla forza luminosa del loro mostrarsi nitidamente e schiettamente davanti a noi, nel qui e ora, riescono a sottolineare tutta l’energia del loro essere ancora in vita nonostante tutto, malgrado cioè la corruzione, la morte da cui comunque...
<i>FAUSTO MELI</i><span>Read</span>
“Chiunque vada a Matera non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza” – scriveva Carlo Levi. A questo grande scrittore bastano appena tre aggettivi per togliere al termine “bellezza” quel tono generico e superficiale che spesso l’accompagna. Ma, priva di parole, la fotografia come può raccontare i Sassi di Matera senza tradire la profondità della loro bellezza e della loro storia millenaria? Ora la città dei “Sassi” non è più il simbolo del tracollo dell’economia agraria del Sud, quel luogo della miseria che aveva colpito Levi negli anni Quaranta. Nel 2019 la città sarà Capitale Europea della Cultura, ma già dal 1993 i Sassi di Matera sono entrati nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO perché qui “l’equilibrio tra intervento umano e l’ecosistema mostra una continuità per oltre nove millenni, durante i quali parti dell’insediamento tagliato nella roccia furono gradualmente adattate in rapporto ai bisogni crescenti degli abitanti” (come si trova scritto nel rapporto della commissione UNESCO).
Oggi il pericolo che la città corre non è più quello di essere considerata un luogo di vergogna, ma se mai quello di venire vista come un’inerte meraviglia da spendere nel fiorente mercato del turismo: un incanto immobile, dove la storia rischia di fermarsi al passato, in quel “furono” scritto dalla commissione dell’UNESCO. Dunque, come mostrarne la bellezza evitando di rappresentarla come una Disneyland di pietra? Lia Stein, consapevole di...
<i>LIA STEIN</i><span>Read</span>
ELIZABETH RUCHTI Nasce e cresce a San Paolo del Brasile, in un ambiente famigliare con forti valenze artistiche. A Roma, dove si laurea, si occupa di letteratura e di antropologia, sviluppando un interesse particolare verso le culture “altre”, orientali e “primitive”. Insegna Lingua e Letteratura Portoghese, prima all’Università di Pavia e poi di Genova, trasferendosi a Milano, dove attualmente vive. Frequenta corsi d’arte fra cui l’Accademia San Luca di Milano ed espone le proprie opere in mostre collettive e personali. Nella sua attività artistica, sono presenti l’approccio materico, la curiosità per l’arte povera, il gusto per il riciclo e l’ “objet trouvé”, l’interesse per le tradizioni brasiliane. I suoi temi spaziano dalla memoria dei luoghi visitati e vissuti, alla valorizzazione della poeticità dei “reperti” naturali o artificiali, incontrati spesso casualmente, che s’impongono come materiali privilegiati per la creazione – o ri-creazione – artistica. Utilizza così nelle sue opere, in chiave pittorica, oggetti provenienti dal regno della natura – gusci, sabbie, legni, ossa, foglie, piume, pietre, semi – ma anche scarti e rifiuti della vita urbana, come plastiche, vetri, carte e cartoni, metalli, etc. Più di recente, la sua sperimentazione si rivolge alla commistione fra materia e pittura vera e propria, utilizzando sempre più spesso anche la fotografia.
“Specie pericolose” - Le foto di materiali di scarto presenti in natura costituiscono una parte di un progetto più ampio che...
<i>ELIZABETH RUCHTI</i><span>Read</span>
DALLA LUCE NELL’ACQUA

Da molti anni Pina Inferrera interroga la natura. Apparentemente può sembrare che si limiti a fotografarla, ma il fatto che usi abitualmente l’obiettivo come un occhio che non impone una specifica visione ma attende quella che gli si para davanti è un indizio prezioso per capire la sua vera intenzione. Con estrema pazienza indaga in luoghi che ben conosce scegliendoli fra quelli meno frequentati perché la presenza umana in questi casi è un elemento di disturbo. A quel punto si trova, infatti, a confrontarsi con una dimensione immersa nel silenzio, una situazione sempre più rara e proprio per questo ricca di sorprendenti prospettive: poiché il silenzio assoluto non esiste, una volta eliminati i rumori molesti la fotografa ci insegna che i nostri sensi sanno scoprire e valorizzare emozioni altrimenti impercettibili. E’ la luce a questo punto a svolgere la funzione di elemento capace di introdurre minime ma fondamentali variazioni sul tema: il lentissimo eppure improvviso rivelarsi dell’alba, l’avanzare delle ore, la matura consapevolezza della giornata, lo spettacolare sperdersi del tramonto sono una tavolozza cromatica ma anche un qualcosa di misterioso con cui è inevitabile confrontarsi. Ecco perché Pina Inferrera, posta di fronte a tutto ciò, comincia a interrogare la natura ed è inseguendola che riesce a fermare le atmosfere con cui meglio si è sentita in sintonia. Non è casuale che tutto questo avvenga nel luogo di incontro fra tre stadi naturali: quello aereo costituito appunto dalla luce e...
<i>PINA INFERRERA</i><span>Read</span>
ALBUM - RICORDI IN CONSERVA. Antiche fotografie “conservate” ed immerse in un liquido all’interno di barattoli per conserve alimentari. Non si tratta dei tradizionali ritratti di famiglia, ma di conserve di ricordi.
Conservare significa mantenere un soggetto nell’essere suo, custodirlo, salvaguardarlo da tutto ciò che potrebbe alterarlo o distruggerlo.
Si possono conservare gli alimenti, le fotografie e i ricordi.
E’ possibile “conservare” un ricordo per sempre? Esistono “date di scadenza” anche per i nostri ricordi?
Riflettendo sui due ambiti della fotografia e della conservazione alimentare, il nostro progetto interroga l’archetipo che si nasconde dietro al gesto di conservare.

ALBUM – CANNED MEMORIES. Old photographs “preserved” and immersed in a liquid inside jars for food. These are not traditional photographs, but canned memories.
Preserve means keeping a subject in his being, guard it, protect it from anything that might alter or destroy it.
You can preserve food, photographs, and memories.
Is it possible to “keep” a memory forever? There are “expiration dates” for our memories?
Reflecting on two fields of photography and food storage, our project interrogates the archetype that hides behind the act of preserving.

BIOGRAFIA Studio Pace10: Gianfranco Maggio e Monica Scardecchia. Dal 2010 abbiamo avviato insieme una particolare indagine sul tema della memoria, della conservazione, dell‘appartenenza e dei “legami sot¬tili”, interpellando e verificando di volta in volta i differenti...
<i>STUDIO PACE10</i><span>Read</span>