Alidem-L'arte della fotografia

Alidem

L’artista cerca di scoprire e interpretare il mondo che lo circonda attraverso la creazione. L’atto creativo ha una doppia radice, ideale e concreta, fatta di ricerca e libera associazione delle forme.
La forma rappresenta il frutto personale del talento dell’artista, una visione chiara data dal suo spirito. È un linguaggio intuitivo che esprime la visione concreta del produrre arte: «Nell’opera d’arte è la forma stessa che si crea il soggetto in nome del quale l’opera d’arte esiste. Questa forma, che è insieme opera d’arte e contenuto, non ha da esprimere che se stessa»(1).
Azione e insieme soggetto, la forma nasce da un rapporto diretto con il mondo circostante. La natura e la società la influenzano, ne determinano l’essenza. Per gli iconologi Panofsky e Gombrich, che si propongono di svelare i rapporti tra forme verbali e visibili della cultura, la forma di un’opera d’arte nasce e cresce in un determinato clima culturale e i rapporti nei quali si sviluppa ne condizionano le associazioni reciproche. Eppure, tramite la forma, l’artista afferma anche un’identità specifica e determinata, un’indipendenza che lotta contro il mondo per mostrare una differenza. Focillon sostiene la natura ontologica e materiale della forma che è «tocco, intaglio, faccetta, percorso lineare, cosa impastata, cosa dipinta, disposizione di masse»(2). La forma ci parla, e nonostante nasca da un mondo prestabilito, essa obbedisce alle proprie leggi, è il risultato ideale e insieme concreto del fare artistico, disposizione del...
<i>L'esplorazione formale di Slevin Aaron</i><span>Read</span>
Lasciare a bocca aperta era lo scopo di nobili ed ecclesiastici di tempi ormai lontani, che collezionavano artificialia, naturalia e mirabilia, gli oggetti più antichi e più strani della natura e dell’arte, costruiti dal tempo o da mano umana. Era uno sfoggio di potere e di ricchezza. Poi è diventato amore per il sapere e ancora sintomo di un’inquietudine per l’ignoto con cui l’uomo deve fare i conti. Lo stesso Faust, eroe moderno della malinconia, prima di cedere a un allettante patto con il diavolo vive chiuso – o recluso – in una stanza gotica a volta alta e angusta, in cui si accatastano oggetti su oggetti, libri e marchingegni: «Misero! e starommi ancora confitto in questo carcere? in questa maledetta, fetida tana, […] vallato da questo monte di volumi che i vermi rodono e copre la polvere; da questa carta affumicata, stipata fin su sotto la vista: con vasi ed ampolle intorno assettate, e stromenti accatastati, e masserizie de’ miei avoli qui dentro calcate!»(1).
Il collezionismo nasce così e se pure è vero che le ‘camere delle meraviglie’ sono le antenate del Museo così come lo conosciamo è altrettanto vero che dietro al fenomeno continuamente affascinante delle Wunderkammern si cela qualcosa di più che un’embrionale raccolta di opere d’arte. La malinconia di Faust per l’insondabile si trasforma così in nostalgia per qualcosa di indefinito a cui si cerca di far fronte creando un mondo quasi magico, una stanza in cui si mettono oggetti che assumono un valore sentimentale e simbolico.
Il rapporto...
<i>I Mirabilia di Rori Palazzo</i><span>Read</span>
Rori Palazzo, dopo gli studi in restauro cartaceo, si specializza in cinema promozionale in digitale. Fin dai primi anni della sua formazione si concentra sulla fotografia come linguaggio espressivo per creare immagini oniriche e surreali. Nel 2009 Boalab, con sede a Palermo, le dedica la prima mostra personale. Da allora Rori Palazzo partecipa a numerose mostre collettive, prevalentemente in Italia, ma non mancano occasioni all’estero, per esempio a Düsseldorf, presso la Kunst im Hafen (Die Form des Wassers, 2013). Nel 2012 è tra i finalisti di Premio Combat Prize presso il Museo Civico Giovanni Fattori e partecipa a Centro/Periferia, il premio organizzato da Federculture presso Palazzo delle Esposizioni (Spazio Fontana, Roma), in occasione del quale riceve il premio da parte del Comitato Scientifico. Tra il 2012 e il 2013 è assistente della fotografa americana Deborah Tuberville per la campagna Valentino FW 2012 – 2013. Nel 2013 è tra i protagonisti di The sea in my land-Artisti dal Mediterraneo, la mostra curata da Francesco Bonami ed Emanuela Mazzonis al MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Roma). Lo stesso anno è protagonista a MIA Fair partecipando a BNL Paribas Photo Contest, in cui si distingue come vincitrice del premio. Finalista a Arte Laguna Prize 2013, viene premiata all’Arsenale di Venezia ricevendo lo Special Prize Art Gallery. Ancora, nel 2013, presenta a Napoli la serie Dream, in una mostra personale a lei dedicata. Nel 2014 espone le sue opere fotografiche in Corpi solitari. Autoscatti contemporanei,...
<i>RORI PALAZZO</i><span>Read</span>
«“I monumenti durevoli, specialmente quelli composti di terra e pietra, possiedono un potere mnemonico. La loro presenza continua e il loro riutilizzo rendono il passato presente”. Nelle gigantesche architetture magalitiche, come nelle piramidi d’Egitto, nelle alte ziggurat dei sovrani mesopotamici e nell’infinita muraglia degli imperatori dell’antica Cina c’è qualcosa di comune, una sfida, una volontà di vincere il tempo che è la prova di una delle dimensioni della condizione umana. […] “Il desiderio di una fama postuma”, la preoccupazione di lasciare una traccia grandiosa, la volontà di imporre alla natura un disegno preciso costituiscono una strategia comune a società molto differenti fra loro»(1). Un recentissimo studio di Alain Schnapp, importante e autorevole archeologo francese, ha il merito di aver ricostruito con un punto di vista critico e sistematico la storia delle rovine. Non si tratta quindi semplicemente di una ricognizione storiografica bensì di un percorso che si snoda seguendo le tracce lasciate dal tempo, in un incrocio fra la presenza del monumento materiale e il valore simbolico che quel monumento assume nelle epoche. Emerge così un possibile ‘senso della rovina’ che si costruisce a partire dal tempo archeologico e che, soprattutto, tesse un filo che lega a sé società e civiltà anche molto distanti e culturalmente differenti fra loro.
Il segno che il tempo lascia di sé, che sembra apparentemente invisibile, diventa così una vera e propria impronta visibile da seguire e che, una volta...
<i>Lasciare una traccia grandiosa</i><span>Read</span>
«Con la parola unheimlich sembra che la nostra lingua tedesca abbia compiuto un felice atto di creazione. Pare che attraverso di essa venga espresso con sicura efficacia che una persona a cui capita qualcosa di unheimlich non si trova, in tale occasione, propriamente a casa [heimisch] e come in patria e che la cosa gli risulta estranea o per lo meno così gli appare […]»(1).
C’è una singolare affinità tra le opere di Jan Kaesbach e un tema, inaugurato dallo psichiatra e teorico Ernst Jentsch, che particolarmente ha affascinato Freud: il ‘perturbante’ (unheimlich).
Assindia Project è in effetti una collezione di case, davanti alle quali non ci si sente affatto a casa. C’è qualcosa di incerto e non definibile che crea un senso di estraneità in ciò che più dovrebbe esserci famigliare e che lascia un’impercettibile, ma radicata, mancanza di orientamento. Non è l’oggetto a essere ignoto ma una certa qualità atmosferica che si produce e che dà l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa che non si conosce più, che non è poi così ovvio. L’abituale perde il suo valore rassicurante perché si sente di non abitarlo più; la casa, da luogo di protezione, diviene spazio di inquietudine. Se l’Heim in tedesco è il focolare domestico, l’intimità sicura, esso evolve anche, nell’epoca contemporanea, nell’Heimat, inteso come patria e luogo natio: è il punto di origine e il punto in cui si vuole sempre ritornare, il senso della propria appartenenza. L’unheimlich è allora la messa in crisi della propria...
<i>Un’estraniante insicurezza</i><span>Read</span>
Nel 1921 il poeta Paul Valéry scriveva Au sujet d’Eureka, un saggio dedicato allo scritto cosmogonico di Edgar Allan Poe, Eureka. A prose poem. L’oscura storia della nascita dell’universo non può essere ripercorsa senza una riflessione sulla materia. Valéry ricorda che «la fisica moderna»(1) mostra all’uomo che la materia non è affatto quel corpo inerte che si riteneva ma, anzi, che essa è dotata di una propria potenzialità propulsiva e trasformativa. La materia è attraversata costantemente dall’energia. La materia è energia.
«L’apparenza della materia è quella di una sostanza morta, di una potenza che può passare all’atto solo in seguito a un intervento esterno, del tutto estraneo alla sua natura. Da tale definizione si deducevano, un tempo, conseguenze indiscutibili. Ma la materia ha cambiato volto: l’esperienza ci ha condotti a concepire il contrario di quello che la pura osservazione lasciava vedere»(2).
La ricerca artistica di Andrea Pozzuoli è scandita tematicamente proprio dalla questione problematica della ‘consistenza’ della materia, costantemente in bilico fra come si mostra e quello che è. La sua serie, dall’eloquente titolo magrittiano, It is not ’600 mette infatti in primo piano il dialogo fra la materia che appare morta e la materia che è, invece, dotata di una propria energia. Viene recuperata l’importante tradizione secentesca delle nature morte, significativamente chiamate anche Stilleben, ‘vita immobile’, che proponevano per la prima volta dei corpi inanimati come soggetti...
<i>«La materia ha cambiato volto»</i><span>Read</span>
Tutti, quando entrano in un museo, sanno bene che la prima e somma regola che va rispettata è “non toccare”. La distanza che si mette fra se stessi e l’opera che si sta guardando è creata da questo divieto che aleggia su ogni visitatore e che, anche quando non è scritto, incombe sulla coscienza di ognuno. È qualcosa che sappiamo già da sempre. Ma tutti sentiamo anche che questo spesso non fa che aumentare il desiderio di toccare, di avvicinarci di più, come per volerci appropriare di qualcosa che altrimenti ci sfuggirebbe. Il divieto, insomma, non fa che invitarci a entrare veramente in contatto con l’opera. “Vietato toccare” non nasce solo per preservare dei tesori che rischierebbero di distruggersi ma è figlio di un certo modo di voler intendere il rapporto dello spettatore con l’arte che gli sta di fronte. A ricordarci bene, uomini come Diderot ci hanno detto più di duecento anni fa che per ben gustare l’opera – che si tratti di un quadro, di una statua o di un pièce teatrale – dobbiamo sempre essere in grado di non confondere noi stessi con i protagonisti della storia che abbiamo davanti. Noi, secondo i maestri del Settecento, siamo e dobbiamo rimanere spettatori, non possiamo ‘entrare nell’opera’ e credere di avere un ruolo all’interno della scena che vediamo. Realtà e finizione devono rimanere ben salde nei loro confini, senza mescolarsi, pena una modalità di fruizione artistica fuorviante. Posso guardare ma non devo essere un voyeur. Posso provare compassione, persino eccitamento, ma non devo...
<i>Vietato toccare?</i><span>Read</span>
L’origine degli elementi viene attribuita ai pensatori (fisici e filosofi) dell’Antica Grecia: «Anassimene, poi, figlio di Euristrato, da Mileto, che fu seguace di Anassimandro, considera del pari unica e infinita - come costui - la natura che fa da sostrato, ma non già indefinita - come dice Anassimandro - bensì definita, chiamandola aria. E afferma che essa differisce - in relazione alle sostanze - per rarefazione e condensazione. E rarefacendosi, l’aria diventa fuoco; condensandosi, invece, vento; in seguito nuvola, poi, quando si condensa ancora di più - acqua; quindi terra, quindi pietre; e le altre cose sorgono da queste. Anche Anassimene poi stabilisce come eterno il movimento, attraverso cui appunto si produce il mutamento»(2). Sebbene essi si trovino già in Anassimene, la formulazione della Teoria degli Elementi è da attribuirsi a Empedocle, il primo a proporli nell’ordine rimasto poi canonico.
Questa «quadruplice radice di tutte le cose»(3) scaturisce con forza dalle fotografie di Thomas Salme, i cui paesaggi condensano la brulicante vitalità della materia.
Fuoco - The Arch è l’ultimo respiro della fiamma prima di spegnersi, il fulgore prima della tenebra, la luce che si infiltra tra questi archi prima di scomparire oltre l’orizzonte. Incendiando il cielo.
Terra - Scura, rocciosa e impervia. Le montagne dello scatto Campiglio sembrano tendersi verso l’alto, quasi a voler fondere il suolo sotto di sé e il cielo sopra di sé.
Aria - Fatta di nubi, cupe, che si addensano sulla città di New York. È...
<i>La quadruplice radice di tutte le cose(1)</i><span>Read</span>