godot

antropologia visiva

2G atelier

a cura di Silvia Ferrari Lilienau



È raro che Godot stia fermo. È, per sua indole e per scelte di vita, un viaggiatore. Possibile – anzi frequente – che a casa ritorni, ma solo dopo aver attraversato luoghi.
Fluido, come l’elemento che gli è più congeniale – trascorre molto del suo tempo in barca –, ha maturato uno sguardo veloce che scivola intorno, finché non capiti qualcosa a trattenerlo.
Godot non cerca conferme a sue aspettative aprioristiche, perché la sua ricerca è lo stupore in sé. Il percorso risulta inverso rispetto a chi proceda con un obiettivo precostituito, quello che nella reiterazione rende il concetto intellegibile, nonché riconoscibile l’artista.
Non è una categoria di oggetti il campo d’indagine di Godot, che ha certo piena contezza della lezione dei coniugi Becher e della Scuola di Düsseldorf, e – se capita – cede alla tentazione dei volumi arrotondati di impianti industriali: non si può negare che la ripetizione di elementi geometrici sia visivamente seduziosa, basti pensare agli ordinatissimi interni di biblioteche che Candida Höfer priva di lettori, preferendo il susseguirsi delle scaffalature, o agli accumuli seriali nelle fotografie di Andreas Gursky.
Il filo conduttore dei lavori di Godot è piuttosto il suo sguardo, che permette agli oggetti più vari di attirarne l'attenzione, purché abbiano un coefficiente di alterità. Oggetti che sono contemporaneamente quel che si vede e altro da sé.
A irretirlo sembrerebbero anzitutto geometrie di subitanea invasività, epifanie che...
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