Luca Beatrice

Muro

Wim Wenders ha raccontato la caduta del Muro ne Il cielo sopra Berlino, premiato dalla giuria del Festival di Cannes nel 1987. Il Muro, quel muro, è simbolo inequivocabile di una distanza tracciata lungo una direttrice non solo fisica ma ideale, a trasformare la vicinanza in dichiarata e palpabile lontananza. Il Muro racconta del tempo, del fluire sistematico di eventi di cui la materia inorganica si imprime inesorabilmente, diventando la lavagna su cui è incisa una parentesi di storia.
L’Angelus Novus di Paul Klee aveva invece ispirato un altro film wendersiano, Così lontano, così vicino (1993), che si trovava a fare i conti con una diversa realtà: il muro non è stato solo sogno o incubo, simboleggiato nel bianco e nero estraniante della prima pellicola. Ora è il colore segno di un mondo vero, in carne e ossa o, per meglio dire, in calce e intonaco.
I muri parlano e scrivono una loro spontanea sceneggiatura. È così che le città accumulano, stratificano, lo scorrere del tempo sulle facciate di case, edifici, palazzi, architetture. All’inverso di una pelle di serpente che cambia a ogni stagione, la vita dei muri si costruisce più per addizione che non per sottrazione, sottoposta all’azione costante e irreversibile che ne modifica i connotati attraverso segni lasciati su una materia solo apparentemente inerme e invece permeabile, assorbente. Secondo un processo diversamente evolutivo, la pelle delle città somma livelli di superfetazioni che consumano, nascondendolo, il loro volto originario in favore di...
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