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STATUTO13

Diego Toscani torna ad esporre a Milano, in Brera, in Galleria STATUTO13 e questa volta ci propone un progetto legato alquanto al gusto del proibito, della sperimentazione erotica, che mai sfiora accenni volgari; anzi, sempre e tacitamente sottesi da una romantica fascinazione dark.

Disegnare a matita, acquerello e acrilico su carta è una tecnica complessa e liberare i volumi e le masse corporee, anatomiche è già cosa non facile, ma declinare questo modus operandi su una tematica che è evidentemente la “sessualità” non è mai semplice. Diego Toscani (DIT è l'acronimo d'artista), lo fa convintamente e bene, senza mai sfiorare la banalità o i luoghi comuni di cui la nostra cultura sociale abbonda costantemente

Neri, bianchi e segni creati dai di-segni, si mescolano palesemente ai giochi intrinseci che sono sottesi nelle opere dell'artista Toscani: i cinque sensi sono espressi con maestria e creatività originali.

Il tatto è fondamentalmente il primo senso che ci dona la reale sensazione di “possessione” altrui ma che riesce a sfiorare l'animo senza pregiudicarne la purezza. Il desiderio fisico provato nei confronti di una persona dell'altrui o dello stesso sesso è troppo spesso stato giudicato malamente; per via di preconcetti dettati della società ben pensante, dai dogmi e dai pregiudizi. Poi si aggiungono gli altri sensi, creando un condimento metafisico per i palati più fini, lasciando andare la fantasia troppe volte privata di quella spontaneità che ne fa un ingrediente necessario.

Poter godere della vista della...
<i>"V.M.18" di Diego Toscani</i><span>Read</span>
“Non è forse la vita una serie d'immagini, che cambiano solo nel modo di ripetersi? “ (Andy Warhol).

Quanti di noi amano disegnare o abbozzare degli schizzi mentre si parla al telefono, o mentre si è in una riunione noiosa? Come per magia, usando il disegno, possiamo iniziare l’evasione verso mondi alternativi nei quali tutto è possibile e dove riusciamo a percepire un benessere dell’anima.

Lo schizzo, il bozzetto, lo scarabocchio diventerà disegno dopo la trasmutazione di un’idea attraverso il segno grafico - come se si trattasse di una crisalide e della sua poetica metamorfosi - che è definito con l’ausilio del verbo “to doodle” in anglosassone. Come sempre gli inglesi sanno cogliere in un’unica parola concetti estesi e tutto ciò accade con un minimalismo mentale che riesce sempre a delineare un concetto complesso attraverso l’ausilio di un idioma.

Mauro Giusto mi ha mostrato i suoi lavori durante un pomeriggio uggioso e li ho subito trovati molto “British”, - e intendo dare un’accezione più che positiva all’aggettivo vista la mia propensione per l’arte e lo stile britannico - dotati di una loro “freschezza compositiva”, ludici, ironici e piacevoli.

I suoi sono ritratti in digitale che rifrangono “gli antenati che non abbiamo mai avuto” o saputo di avere, aggiungerei, e che risiedono nelle nostre fantasie cerebrali e laconiche. Infatti, sono proprio ritratti concisi, disegnati in modo tale da far emergere quel lato fanciullesco che è spesso insito in ognuno di noi.

I “portraits” (per...
<i>“Extended family” di Mauro Giusto</i><span>Read</span>
Daniele Calvani è finalista del Premio “ARTE” 2015 nella sezione fotografia e se lo merita appieno; grazie alla sua originalità che emerge dagli scatti fotografici che nascono come istantanee in movimento.

Le superfici si dilatano, gli oggetti rifranti perdono la natura e la loro consistenza iniziale e sono tramutati dall'artista in “qualcosa” di diverso, affine o complementare, questo non importa, ma sono metamorfosati; senza l'ausilio di “Photoshop”, va detto anche questo!

Interessante è il processo creativo dell'artista Calvani: tutto parte dal colore - non dimentico delle sue origini di pittore, prima di dedicarsi alla magica tecnica del dagherrotipo – che ha intensificato e direzionato le pure sensazioni che partono dal cuore dell'artista e che si mescola all'intuizione, alla spontaneità e al caso....con volontà quasi complice all'interno del suo intimo procedimento estroso.

Tecnicamente Calvani procede con degli scatti fotografici astratti che hanno tempi molto lunghi, che liquefanno le immagini e “osano” assumere sfumature del tutto impreviste, dando alle grandi opere una sorta di segno di riconoscibilità, attribuibile all'artista; cosa alquanto rara oggi giorno.

Un mondo “pittografico” nasce dall'unione tra pittura e fotografia, avvinto in un contesto (“Contest” appunto, ndr.) dove non manca l'ultima fase, quella ragionata che è sempre originata da un impulso che candidamente emerge sempre e comunque dal cuore dell'artista. Si ritorna al punto di partenza, il cerchio si chiude, si è pronti per una...
<i>“Contest” di Daniele Calvani</i><span>Read</span>
“L'inconscio è l'oceano dell'indicibile, di tutto ciò che è stato espulso dalla terra del linguaggio, rimosso come risultato di un'antica proibizione”

(Cit. Italo Calvino)

Quando per la prima volta vidi i lavori di Bruno Biondi ho avvertito una scossa emotiva, una sorta di empatia primigenia, enucleata spontaneamente e semplicemente osservando le opere. La sensazione è subito stata confermata dopo aver parlato direttamente con l'artista: riflessivo, profondo, dallo sguardo impenetrabile.

Quanto l'arte possa essere taumaturgica è insondabile, ma è certo che ho sempre ritenuto fosse profondamente possibile, veritiero e soprattutto necessario. Riuscire ad esorcizzare le proprie paure interiori, i propri fantasmi inconsci, le proprie tensioni emotive e psichiche; esternandole con l'ausilio della creatività è possibile.

Bruno Biondi, a mio avviso, riesce a fare tutto questo nei suoi quadri: impattanti, intensi e carichi di atmosfere che oscillano dal cupo del buio dell'anima - di quella parte più nascosta del nostro inconscio - sino all'intento anelante di volersi avvicinare a quella luce che troppo spesso è stata spenta dagli accadimenti della vita.

Spesso le tonalità di grigi e neri fanno da “padroni” nelle opere di Bruno Biondi mentre le cromie chiare sono di riflesso meno presenti, ma “SONO”, ci sono … e vogliono farsi sentire; vogliono emergere, sommergere il fruitore dell'opera che le osserva abbagliato, incuriosito, ma le percepisce ancora fievoli e deboli in taluni casi.
Segni incisi o disegnati e dipinti...
<i>“Le stanze verticali” di Bruno Biondi</i><span>Read</span>