UOManesimo

ARCgallery - Milan AAF 2018

Atmosfere rarefatte e colori impalpabili potrebbero preludere a contenuti lievi, ma nel caso di Fabio Adani avviene l’opposto. Nell’ambient leggero inscrive la sua poetica centrata su un tema forte: l’essere umano e l’infinito, l’universo o, se vogliamo, l’uomo e il divino. La finitezza della condizione umana imbastisce un dialogo tra mondo fisico e metafisico, con una tensione percepibile nelle piccole sagome umane ritratte nelle sue opere tra luci e ombre, tra muri e architetture che le fanno apparire ancora più piccole. Ma non sono uomini sopraffatti o perduti nel vuoto: sono uomini in cammino, con la caparbietà di andare oltre, al di là del muro, al di là del visibile. Sono essere umani asessuati, non si capisce se uomini o donne, se ritratti di spalle o di fronte, se stanno andando avanti o indietro: tutti dettagli che non incidono sulla ricerca dell’artista ma che sono interpretabili soggettivamente dall’osservatore. L’opera vuole solo evocare sensazioni interiori e non pretende, ma nemmeno intende, fare una trattazione oggettiva. Una poetica sviluppata con una tecnica all’acquarello molto precisa messa a punto negli anni che non ammette errori o ripensamenti giocata su una palette di colori cerulei. Nelle sue tele sembra essere entrata un po’ di nebbia della pianura padana, terra natia dove tuttora vive, dopo gli studi all’Accademia di Bologna. Il suo percorso artistico lo vede abbandonare fin dall’inizio il disegno per arrivare progressivamente ad un tratto più sfumato e lieve che ben si addice al tema...
<i>Fabio Adani</i><span>Read</span>
Emiliano d’origine, cosmopolita nell’animo e viaggiatore per vocazione. Una grande apertura mentale gli consente di intraprendere percorsi professionali differenti prima di approdare all’arte, passando dalla cucina alla pubblicità. Una buona dose di eclettismo e una grande dote di creatività gli permette di interpretare e raccontare il suo tempo attraverso la decostruzione di stimoli e segni e la loro ricostruzione in un linguaggio contemporaneo. La lezione di Andy Warhol e di Mimmo Rotella, sono ben metabolizzate, cosicchè la Pop Art e la tecnica del décollage gli forniscono gli strumenti ideali per rappresentare i suoi lacerti di realtà. Dal manifesto invecchiato, strappato e lacerato dal passare del tempo o dall’intervento dell’uomo, escono nuovi racconti del presente, un presente messo sotto la lente d’ ingrandimento dell’artista che ingigantisce un aspetto della realtà, una porzione di storia universale ma anche uno spaccato di vita personale. Il suo non è certo l’atteggiamento dell’artista chiuso nella torre d’avorio della propria dimensione personale che spesso diventa una prigione che impedisce contatti con la realtà esterna. Anzi, i fatti e i misfatti della storia contemporanea diventano per Maurizio Ceccarelli potenti stimoli per condurre la sua indagine artistica su terreni sempre nuovi. Mondi e culture diverse, l’Occidente, raccontato attraverso le sue icone e i suoi miti, Barbie, gli attori del cinema e i campioni dello sport, oppure l’Oriente come nella serie dedicata alle Geishe. Ma anche fatti di...
<i>Maurizio Ceccarelli</i><span>Read</span>
Matteo Cugnasca nasce a Milano nel 1988, dove studia fino alla laurea in Design del Prodotto alla Nuova Accademia di Belle Arti (NABA). Fin dalla più giovane età attratto dall’arte, durante il percorso universitario sperimenta materiali e applicazioni in campo artistico. Fondamentali nella sua formazione i soggiorni di studio all’ester, in Australia e negli Stati Uniti, patria di molti artisti di fama mondiale come Jasper Johns, Keith Haring, Frank Stella e lo street artist Shepard Fairey, che hanno una grande influenza su di lui. Tornato in Italia, forte di un bagaglio prezioso di esperienze di vita e di lavoro, riprende la sua ricerca artistica a Treviso dove si stabilisce. Le sue opere sono caratterizzate dal mix di materiali, colori e tecniche molto differenti tra loro, tali per cui ogni opera è unica nel suo genere, ma sempre riconducibili ad un unico tema: l’uomo. Un’indagine condotta non in senso filosofico bensì nella sua connotazione più pratica e attiva: è un uomo in movimento, mai statico e fermo a pensare quanto piuttosto ritratto ad agire, a correre, a fare sport. Il movimento e la dinamicità viste come epifanie dell’uomo contemporaneo, così come i Futuristi vedevano nella velocità il segno dei tempi moderni. Ma a Matteo Cugnasca non interessano i treni, gli aerei e i grattacieli futuristi, interessa l’uomo sportivo e l’atleta, spesso ritratto di spalle quasi a fuggire dalla notorietà per concentrarsi sull’azione, essenza della sua vera identità. Un tema nuovo e attuale condotto con tecniche e...
<i>Matteo Cugnasca</i><span>Read</span>
Vive e lavora a Milano, dove completa la sua formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, esprimendo fin da subito una forte inclinazione verso la Pop Art ed in particolare al tema della “ripetizione”. I suoi primi lavori, una moltitudine di cuori in resine policrome appese in sospensione su carcasse di vecchie reti da materasso, chiuse in grandi teche trasparenti, sono così carichi di potenza simbolica che il critico newyorchese Alan Jones in un suo intervento la definisce “regina di cuori”, assimilando il cuore ai prodotti da supermercato celebrati da Andy Warhol.
Partecipa con un suo lavoro in occasione dell’inaugurazione del primo museo del design italiano, il Triennale Design Museum, espone ad Art Basel (CH) e al Design District di Miami, Florida (USA). E’ presente in permanente al Museo verticale di Palazzo Lombardia in Regione Lombardia a Milano, espone alla San Giorgio Gallery a Palazzo Gargantini a Lugano (CH), presenta una personale monografica alla Villa Reale di Monza (IT) ed al Palazzo d’Artista, collezione d’arte di Banca Mediolanum Private Banking sede di Padova. Nel 2017 partecipa a “Black Light Art: la luce che colora il buio” mostra organizzata con il patrocinio della Scuola del Design del Politecnico di Milano e l’Accademia di Brera presso la sede della Regione Lombardia a Milano. Diverse sue opere fanno parte di collezioni private in Italia ed all’estero. Tipologie, concetti e letture trasversali degli elementi portano oggi la ricerca materica verso la luce come media...
<i>Daniela Forcella</i><span>Read</span>
Veneta di nascita e milanese di adozione, Rossana Gallo ha trascorso la sua vita tra filati, tessuti e colori del lanificio di famiglia. I suoi lavori sono racconti poetici sul filo di lana in cui reinterpreta artisticamente questi materiali con effetti insospettabili. L’abbinamento di un materiale sintetico e neutro come il policarbonato (plexiglas) con materiali naturali e colorati come lana, cotone e garze crea un contrasto tra artificiale e naturale che si stempera in opere di grande suggestione ma anche di grande leggerezza grazie alla trasparenza del plexiglas usato come supporto e contenitore. Ma l’artista si spinge oltre e sperimenta l’utilizzo di nuovi materiali, come il metallo, quasi antitetico rispetto ai filati. La durezza del metallo è però mitigata dalla lavorazione a rete leggera e a garza che si presta al volere dell’artista che lo manipola come fosse un tessuto e lo racchiude in una teca trasparente. A questi materiali imprime un movimento che viene subito congelato nella trasparenza assoluta del plexiglass. La sua cifra artistica è fatta di sentimenti, luce e colore mescolati in pensieri indisciplinati e fugaci che necessitano di una battuta d’arresto e di una pausa di riflessione. ” Lavorare con la trasparenza mi consente di dare una forma tridimensionale alle mie opere e persino di trasformarle in oggetti dedicati ad una funzione, come il letto, il tavolo, la sedia” afferma l’artista. I colori usati sono i colori primari saturi blu, giallo, rosso ma anche i colori-non-colori come il bianco e il nero...
<i>Rossana Gallo</i><span>Read</span>
Per Ada Nori la folgorazione per l’arte è avvenuta solo pochi anni fa, dopo un percorso artistico che è passato dal teatro e dalla lirica. Come per recuperare tempo, si applica intensamente allo studio e alla sperimentazione in campo artistico fino a diplomarsi in pittura alla Scuola Superiore d’Arte applicata del Castello Sforzesco di Milano. I riconoscimenti e i premi raccolti in numerose manifestazioni e mostre d’ arte sono fin dall’inizio molto incoraggianti e stimolanti.
Il soggetto che sente più congeniale per esprimere la sua poetica è la figura umana, per l'enorme carica espressiva ed emotiva ad essa connaturata. Una figura umana spesso declinata al femminile, perché è quella che l’artista conosce meglio e che le permette di indagare su se stessa come individuo, parte del genere femminile, parte dell’umanità intera. Nelle sue opere troviamo immagini singole assorte nella propria situazione emotiva, o gruppi di figure in composizioni compatte o in movimento. Figure enigmatiche, rivelatrici di inquietudine e di smarrimento, accomunate dalla volontà di superare i propri limiti per afferrare qualcosa che sfugge continuamente. A sostenere iconografie e contenuti è la costruzione compositiva segnata da campiture di colore e cornici geometriche che attingono a una tavolozza di blu, grigi, ocra e bruni, con qualche intermezzo cromatico acceso. Composizione e campiture sono spesso sottolineati da tratti a matita e sgocciolature di colore per un effetto “non finito” che suggerisce il senso di ricerca continua e...
<i>Ada Nori</i><span>Read</span>
La formazione artistica di Michela Roffarè parte dalla grafica per arrivare alla pittura e alla decorazione. Ma il verbo “arrivare” non fa parte del suo vocabolario, in quanto per lei non ci sono arrivi, ma solo partenze verso nuove avventure. Come questa nel campo delle arti visive dove la continua sperimentazione di tecniche e supporti è approdata a risultati interessanti ed incoraggianti ma sempre in progress. Come nel caso degli “Omini” che ritrae nelle sue opere, in perenne cammino, simboli di un’umanità impazzita alla ricerca di una direzione, di una meta. Forse di un' identità o del senso della vita. Non sappiamo dove andranno né cosa faranno, il loro esistere qui ed ora è nella dimensione schizofrenica di quel correre veloce senza una meta apparente, nel groviglio di nevrosi e vertigine che stigmatizza l’incongruenza della condizione esistenziale dell’uomo moderno, nel dialogo teso, sottolineato dai gesti ampi delle braccia e dai movimenti minacciosi, nell’imminenza di una lotta corpo a corpo. L’essenzialità delle forme antropomorfe, che diventano segni stilizzati, fa sì che assumano significato nel singolo pezzo visto da vicino, ma anche nell’insieme visto da lontano. Dalla texture di fondo emergono forme, figure e composizioni grazie al gioco positivo/negativo del bianco e del nero: qui la grafica sconfina nella pittura in una sintesi originale che è diventata la cifra stilistica della sua autrice. La prima serie degli Omini risale al 2005 e negli anni hanno cambiato forma e caratteristiche, ma sono...
<i>Michela Roffarè</i><span>Read</span>
Nasce e vive in Brianza. Diplomatasi all’Istituto d’Arte di Monza, sotto la guida di AG Fronzoni sviluppa i propri canoni estetici. Terminati gli studi, lavora nel reparto grafico della casa editrice Electa. Contestualmente e in piena autonomia si avvicina alla scultura: la scoperta della terza dimensione è per lei una vera e propria rivelazione. Comincia a manipolare la ceramica, materiale che le permette di spaziare dal gioiello agli oggetti fino ad opere di grandi dimensioni. La sperimentazione continua con materiali diversi la porta ad utilizzareferro e legno che attualmente sente più congeniali per dare forma ai suoi pensieri. Questi due materiali pesanti, duri e maschili, sono trasfigurati dal suo intervento artistico fino ad assorbire, e trasmettere, un afflato di dolcezza tutta femminile. Le sue opere in ferro posseggono una leggerezza tale da far dimenticare il materiale di cui sono fatte, rendendole delle vere e proprie “poesie materiche“. Le potenzialità espressive dei materiali vengono condotte ad una sintesi lirica generata da combinazioni ed assemblaggi inattesi, sequenze di moduli, giochi di sovrapposizioni, ripetizioni differenti che generano cortocircuiti concettuali-formali incentrati sulla improvvisa mutazione delle convenzioni visive, oltre il senso comune delle cose. E’ un cambio di prospettiva generata dalla sua visione: voli pindarici del pensiero, libere associazioni di idee, giochi di fantasia creano i contenuti per contenitori che vanno ben oltre il loro aspetto formale. Liberate dal peso della...
<i>Sonia Scaccabarozzi</i><span>Read</span>
Nata a Riga nel 1985, Valentina Kovalishina, in arte Valentinaki, dopo gli studi in economia, diventa coreografa seguendo la propria vocazione artistica, fino a quando la sua insaziabile curiosità la porta alla pittura. La passione per l’arte in tutte le sue forme sboccia fin da bambina in Valentinaki che frequenta corsi di disegno, apprendendo tecniche varie dall’ acquerello, al pastello fino alla pittura ad olio. Gli studi giovanili costituiscono il bagaglio che l’accompagnano in età adulta su nuovi percorsi di ricerca artistica e di sperimentazione in cui cercare una propria cifra stilistica. Nella pittura astratta l’artista lettone trova il suo massimo potenziale espressivo e, pur mantenendo una coerenza poetica ed estetica, Valentinaki estende la sua indagine sull’aspetto materico e sulla tridimensionalità. Le pennellate, in un crescendo di intensità, esplodono dalla superficie piana della tela per trasformarsi in altorilievi mediante l’utilizzo di materiali disparati e con una commistione di colori, luci e ombre. La resina accostata a colori acrilici e ad altri materiali naturali crea sulla superficie della tela un felice connubio tra lucido e opaco. I materiali variegati si stagliano sulla tela, prepotenti e invadenti, trasmettendoci in una serie di rimandi virtuali, le vibrazioni che Valentinaki sente quando è scossa dalle onde del mare e dal vento dei boschi in cui ha trascorso la sua infanzia, conducendoci in un’altra dimensione di spazio e di tempo, in un altrove a lei caro e custodito dentro di sè. Le...
<i>Valentinaki</i><span>Read</span>
Sarebbe troppo facile cercare illustri precedenti nel lavoro di Marco Vecchiato, facendo riferimento agli Espressionisti tedeschi. Ma è altrettanto difficile e soprattutto limitante apporre un’etichetta al suo lavoro, frutto com’è di una lunga ricerca formale che parte dalla materia, passa attraverso la scrittura e approda al segno. Padovano di nascita, classe 1974, vive e lavora vicino a Venezia. Gli studi letterari lo portano dapprima ad accostarsi alla poesia e alla storia dell’arte, solo in un secondo tempo approda all’arte. Un’arte che non solo risente dei suoi studi umanistici, ma anzi costituisce un’evoluzione della sua formazione che ha trovato nel segno e nella pittura il linguaggio espressivo a lui più congeniale. Nei suoi lavori si percepisce una vena di lirismo, si tratta di “poemi visivi” sull’esistenza fragile e sul destino tragico dell’uomo, in un continuo e imperfetto equilibrio esistenziale. I segni incidono figure che alludono a corpi umani più o meno definiti, frutto del caso come sbavature di colore, pieghe sulla tela, spessori dei segni da cui nascono disegni sbagliati e prontamente corretti. Si tratta, in ultima analisi, di impulsi cerebrali che la gomma non riesce a cancellare del tutto, proprio come un’ idea non scompare mai completamente dalla mente. Forse potremmo arrischiare la definizione di “arte cerebrale” ma sarebbe contraria alla poetica dell’artista che rifugge ad ogni classificazione, così come sembra volere fuggire dai tranelli della mente. Ne sono una prova i corpi acefali...
<i>Marco Vecchiato</i><span>Read</span>