Federica Morandi art projects

AAF Milano 2018

I lavori Urban Green rappresentano la più recente produzione dell’artista serba Sanja Milenkovic, in cui si denota un’attenzione differente verso il paesaggio e l’elemento naturalistico. Dal ripetersi di scene urbane protagoniste dei lavori precedenti, l’artista torna a concentrare l’attenzione su ciò che ci circonda, intessendo un nuovo dialogo tra la natura e l’uomo. In esposizione una nuova serie di tele e disegni che svelano un riscoperto rapporto con il paesaggio urbano: da una parte l’artista si apre liberamente alla bellezza del mondo, dall’altra cattura attentamente gli effetti effimeri del reale.

Nella sua ultima produzione l’artista si lascia ispirare dagli spazi aperti, dai parchi e dalle distese d’acqua. Non abbandona le metropoli, la vita urbana e le figure umane, ma l’attenzione si sposta sulla natura e sulla sua perfetta armonia di forme e colori. Natura e spazio sono costruiti coerentemente e la forma è ridotta ai suoi termini essenziali. Le nuove tele acquistano freschezza, autenticità e naturalezza propria dei dipinti realizzati sul posto; i colori, le tonalità e le strutture rivelano una natura vista e studiata profondamente. Ne evince un’artista ben ancorata a spirito e tecnica, ma anche dotata di una sensibilità particolare e acuta. Il pennello rende in modo calmo e disteso l’atmosfera naturale; l’occhio ha libertà di spostarsi da un elemento all’atro e si lascia affascinare dall’atmosfera naturale e dal dialogo tra le differenti campiture di colore. Le tele sono pervase dalla luce...
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Andrea Sbra Perego è nato a Bergamo nel 1982, la sua formazione passa dal Liceo Artistico Statale di Bergamo all’Accademia di Belle Arti di Brera e il suo stile pittorico è formato da maestri quali Fabio Maria Linari e Gianfranco Bonetti, ai quali L’artista è sempre stato molto legato.
Dal 2000 espone i suoi lavori in numerose mostre collettive e personali prima nel begamasco poi in varie città italiane come Milano, La Spezia, Roma e Genova.
Nel 2008 si sposta a Roma, poi a Rimini e Londra; dopo una breve parentesi in Messico nel 2015 torna nella sua città natale.
È durante questi anni di continui spostamenti che la sua produzione artistica si concentra ad analizzare lo stretto rapporto tra uomo e ambiente e a “ narrare il presente, perché narrare il presente è o dovrebbe essere compito di ogni artista”; è così che i suoi lavori coinvolgono spesso la figura umana, o ritratta come protagonista o vista nella sua naturale interazione con il territorio urbano.
Attualmente risiede e lavora a Torino.

L’artista alimenta la propria arte di viaggi ed esperienze che lo portano ad analizzare lo stretto rapporto tra la figura umana e l’ambiente attraverso la narrazione del presente e l’intuizione del futuro; è così che i suoi lavori coinvolgono spesso l’uomo, o ritratto come protagonista o visto nella sua naturale interazione con il territorio urbano. Le tele conservano il ricordo della dinamicità futurista, catturando la manifestazione dello spirito delle persone che popolano queste caotiche città. Gli scenari...
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Classe 1981, diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Varsavia, Marta Mezynska vive e lavora a Milano. Pittrice, decoratrice d’interni, grande appassionata dell’arte calligrafica, a Milano tiene anche laboratori artistici per bambini. Marta ha scoperto l’Italia grazie a uno scambio culturale, ai tempi dell’Accademia di Belle Arti di Varsavia, con la città di Carrara, che da secoli attira artisti da tutto il mondo.

Nei suoi lavori, metropoli senza tempo e senza spazio sono raccontate attraverso negozi, insegne e vetrine, che si alternano a forme geometriche, diventando vocaboli intercambiabili di un linguaggio pittorico dettagliato e personalissimo. Forme, colori e geometrie sembrano comporsi come tessere di un mosaico: l’artista riscopre diversi luoghi del nostro presente, ma anche del nostro passato, luoghi che sembrano sospesi in un tempo indefinito. Ogni edificio possiede una sua particolare poesia: l’artista costruisce forme e colori che si ripetono ed espandono sulla superficie della tela, rifiutando ogni prospettiva e privilegiando un’attenzione minuziosa e dettagliata dei particolari.

Vetrine di ieri e di oggi, dal sapore squisitamente retrò, si susseguono tela dopo tela, in un dialogo incessante con l’architettura e lo spazio. Ogni lavoro oscilla tra la presenza contraddittoria di dinamismo e staticità che il susseguirsi di forme e colori suscita, ma anche la capacità di esprimere emozioni e creare atmosfere senza tempo.

www.martamezynska.com
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Marta Bonaventura nasce in Italia nel 1982; fin da adolescente, si distingue per la sua curiosità, spontaneità, e sensibilità, si avvicina all’arte grazie alla famiglia e allo studio scolastico della storia dell’arte, sebbene abbia frequentato un istituto tecnico per il turismo. Viaggia per studio e per approfondire alcune lingue straniere lavora all’estero, un’esperienza decisiva per il suo futuro, per rapportarsi con il mondo esterno e con le altre culture, la quale la porterà in terre lontane. Intorno agli anni 2000, percepisce che il saper comunicare non è basato solo sulla parola in senso parlato ma sull’espressione della comunicabilità; prova così a trasferire con immediatezza le sue emozioni, perché gli altri possano percepirne il meglio e lo fa attraverso un unico linguaggio, l’arte.
Su una tela bianca, sovrappone, incolla, taglia, strappa, crea, dà sfogo alla sua fantasia di giovane donna moderna e, si rifà all’arte popolare, pop-art, mira a dare un senso immediato a ogni prodotto o oggetto (foto di giornali, volti famosi, dischi, fumetti, ecc.) interpreta con ironia i temi e i miti della cultura di massa, che definisce gli aspetti tipici della società dei consumi, ricavandone con cura le sue motivazioni. Marta si fa conoscere esponendo con grande successo le sue opere in una galleria d’arte: i suoi quadri sono innovativi, rivolti soprattutto a un pubblico dinamico e moderno, sulla tela oltre ai colori colpisce la disposizione personalizzata degli oggetti dei piani prospettici nel tentativo di far avvicinare...
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Artista milanese classe 1971, Jacopo Prina, è pioniere di nuovo modo di esprimersi attraverso la fotografia. Eclettico e talentuoso, instancabile lavoratore e appassionato sperimentatore, parte da collage polimaterici e policromatici, che poi cattura con la macchina fotografica come un alchimista che esegue esperimenti e ne presenta i risultati. Ne emerge una forte componente ludica, ma dall’altra la volontà di disgregare le forme e scoprire nuove esplosioni di materia e immagini. La grande installazione site specific presentata in mostra racconta il modus operandi dell’artista: ritagli di stoffa, fili, carta e oggetti delineano una mappa di simboli e linguaggi che punteggiano il nostro oggi.

Nelle fotografie in esposizione troviamo dei riferimenti all’arte dei grandi maestri; pensiamo a Paul Klee e alle combinazioni di linee verticali, circonferenze, frecce, numeri, lettere e parole, come collegamento sostanziale tra spiritualità del pensiero e creazione visiva. Le cromie di Jacopo Prina creano una grammatica astratta che hanno affinità con il periodo geometrico di Kandinsky: forme di vario colore si muovono liberamente all’interno delle composizioni, dando vita a espressioni simboliche che riuniscono il dentro con il fuori. Non ci sono confini, solo energia positiva e dinamismo dei colori. Non mancano relazioni con i lavori di Enrico Baj, nella creazione di collage per il puro piacere di fare pittura con ogni sorta di materiali, e anche la vena giocosa e ironica che marca fortemente entrambi gli artisti milanesi.

I collage di...
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Ogni ordine è un atto di equilibrio di estrema precarietà. (Walter Benjamin)
Le parole del filosofo tedesco fungono da prologo alla presentazione del progetto artistico “A Sick Boy” dell’artista Michele Guidarini, classe 1981, che in queste righe si vuole presentare.
Ordine. Equilibrio. Precarietà. Su queste tre parole verte la ricerca di Michele Guidarini che appare ben visibile in tutte le sue opere, segno evidente della sua spasmodica tendenza verso un certo ordine simbolico, quello che assorbe dal mondo circostante, che in prevalenza si ciba di figure, icone e religione ma elaborate in chiave punk e pop, e che nel suo immaginario artistico viene composto e decomposto in molteplici forme e colori, le quali si inseguono reciprocamente e trovano testimonianza nell’opera I wanna die young (2015), fulcro trionfante di tutta la produzione che in questo luogo si vuole presentare: nove pezzi che possono essere composti e decomposti fino a formare una miriade di combinazioni sostenute da un equilibrio di cui ci sentiamo parte integrante ogni volta che mettiamo in moto il meccanismo ludico innescato dall’artista. Partendo da questo presupposto si assiste ad una “condizione per la quale un corpo sta fermo per un compensarsi delle azioni che su di esso si esercitano, o, anche muovendosi, conserva un suo determinato assetto.”
Ciò che giunge agli occhi dell’osservatore, mentre scrollano davanti le immagini di questa collezione, la cui complessità è direttamente proporzionale alla ricerca svolta dall’artista in questi anni, è...
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La nuova pratica di Giuliano Grittini con Linda Grittini ha una forza indeterminata eppur tanto cosciente: nel tempo e nello spazio. Il suo intervento, che ha denominato INGIURIES, non modi ma le opere d’arte dei maestri contemporanei: le assoggetta, invece, al suo volere. È come uno spettatore Grittini: capace di vedere, sentire e amare. Lui, stampatore eccelso, artista che nel suo atelier di Corbetta ha raccolto (in più di 40anni di attività) le fantasie di personaggi come Aligi Sassu, Bruno Munari, Salvatore Fiume, Enrico Baj, Mimmo Paladino, Ugo Nespolo e tanti “famosi” ancora, oggi, in un rigurgito totale, propone tutto quello che è passato sulla sua pelle e nel suo cuore. Se la sua arte si interpone ai tratti di un Keith Haring, di un Kandinsky, di un Mondrian, è tutto un gioco ma è anche poesia: nulla nasce dal nulla.
Ne sa qualcosa lui che, in stampa, tra maledizioni e imprecazioni, insieme a Rotella, non trovava la commistura giusta. 
Il “ bon à tirer”, l’opera prima, quella perfetta che per le serigra e poi va in stampa, faticava a nascere. Faticava perché il pensiero dell’artista doveva essere compreso dallo stampatore.
Quasi un’osmosi, uno scambio telepatico. Immagini vorticose, cromatismi che nascono , crescono, rabbuiano, si spengono, risorgono. Ecco l’opera, in ne. Ma di chi è, l’opera allora? Simbiosi e attriti, idee e stampe. L’opera d’arte nasce da ricordi e imitazioni: le crete dell’Africa sono state ispirazioni per Picasso e Georges Braque.
Il Cubismo nasce dalla “arte nera”....
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Fin dal titolo, Dolcemeta – un semplice, ma efficace, gioco di parole nel quale un accento fa tutta la 
differenza… – l’esposizione si presenta come un viaggio interiore dell’artista, in cerca di risposte e di 
una nuova consapevolezza di sé.
 “Mi è sempre piaciuto ragionare su un tema per una mostra, sviscerarlo, portarlo alle estreme
conseguenze, per poi abbandonarlo una volta sviluppato completamente”, spiega Fabio Presti, “Il cervo è un 
animale legato sia alla forza che alla calma. Il cervo come simbolo di rinnovo continuo della vita, in 
un processo di morte e rinascita. Le sue corna si rinnovano annualmente, cadendo e rinascendo in 
primavera con una ramificazione in più, che simboleggia l’aumento della forza, dell’età e della 
saggezza”. 
Presti ritrae il cervo nel suo habitat: i boschi, i monti… anch’essi luoghi dalla forte carica simbolica,
 metafora di un cammino spirituale, di un viaggio per approdare alla meta: una dolce-meta.
 L’altro tema di questi ciclo di opere sono i mandala mischiati alle costellazioni interpersonali, ovvero
 a tutti gli incontri che hanno fatto di noi ciò che siamo. Anch’essi riconducono al concetto di viaggio 
iniziatico, di crescita interiore, ricordando la caducità delle cose e la rinascita, la distruzione che
 porta a una nuova vita. Nelle opere di Presti i mandala sono spesso composti da due metà che si 
fondono insieme…: una dolce-metà. 
In questa personale ricerca di pace interiore, di equilibrio e di una nuova dimensione,...
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Stefania Pennacchio, artista che da 25 anni con impegno straordinario si dedica alla scultura ceramica, è nata a Varese da genitori calabresi, ha frequentato l’Istituto d’Arte (sezione ceramica) e l’Accademia di Belle Arti (sezione scultura) a Reggio Calabria. Sculture potentemente evocative, con rimandi antichi e contemporanei allo stesso tempo. Brucia nelle vene il sangue calabrese, mescolato dalle influenze della cultura giapponese nella tecnica della cottura della materia, che crea una mescolanza di citazioni e simbolismi senza confini spazio-temporali.

Si sa che i giapponesi più che inventori sono trasformatori metafisici. La scrittura l’hanno presa bella e fatta dalla Cina, come gran parte della cosmogonia religiosa, e ne hanno plasmato cosa propria trasformandola. Così capitò dalle parti di Kyoto nel Cinquecento quando Chojiro, il fabbricante di ciotole per la cerimonia del tè, si mise a copiare una tecnica, ovviamente cinese, e ne fece una reinvenzione. Il ceramista era protetto da un influente personaggio che ospitava i suoi forni nel palazzo chiamato Jurakudai e il prodotto da questo luogo prese il nome di Rakuyaki. L’operazione ebbe tale successo che il geniale ceramista si ritrovò, si dice per decreto imperiale, il diritto di trasformare il suo cognome in Raku e di renderlo ereditario.

Il successo dell’impresa proveniva innegabilmente dalla sorpresa estetica del risultato. Questo era profondamente adatto allo spirito zen del Giappone in quanto evitava ogni decorazione e lasciava alla materia la fortuna d’una...
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