Alfred Drago Rens

Le jardin retrouvé

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In the twentieth century, the Cubists, Piet Mondrian, Kazimir Malevic, Aleksandr Rodcenko, Laszlo Moholy-Nagy, Theo van Doesburg, the Futurists, the Constructivists, the Neoplasticists, Bruno Munari, and other innovators, paved the way to optical-representative compositions, with an abstract graphic matrix, focusing on the technique of mounting different signs into images with a purely optical meaning. With his particular manual technique of grafting photographic fragments – nudes, portraits, landscapes, still lives, flowers, etc. – into synaesthetic, abstract and geometric solutions, Alfred Drago Rens is part of this search for deconstruction and re-composition. With an underlying dynamism, the balance of the individual parts is in relation to the whole.
Of Dadaistic inspiration, his hybrid and unusual designs, whose graphic simplification is only illusory, aim to subvert the embedded cultural clichés through non-stereotyped compositions that break the rules of graphic layout with visual short-circuits, mixing and deconstructing shapes, colours, photographic images and cultural paradigms in a way that they can not be separated from each other. Once reworked in daring compositional schemes, scales and fragments, details of a residual world, enhance the object and architectural aspect of the work, which is loaded with symbolic references and conceptual and aesthetic evocations and provocations. The collage, the assemblage, the stratification of different elements and artificial colours: these are Alfred Drago Rens's research tools. A...
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D: Perché la tridimensionalità?

R: Perché restituisce attenzione e complessità. I livelli sono un trucco.
Il volume ironizza, aggancia. Mi disturba quando chi guarda non vede oltre il mio espediente del tridimensionale. Il 20% coglie il gioco, l’80% il lavoro.

D: Il 7 che torna?
R: È un’ossessione gentile. I quadrati che compongono gli Ziggurat misurano 7 centimetri per lato. 7 sono i millimetri tra l’uno e l’altro. I livelli: sempre 7. È un modo per dire: “Ci sono io, qui dentro”. Il 7 è il mio feticcio.

D: Perché?
R: È un oggetto totemico. Sono nato il 27.07.70. All’inizio c’era Illo, il mio primo orso di peluche. È il protagonista di tanti lavori passati. Il 7 di ora è l’Illo di allora. Più discreto, ma onnipresente. Un rifugio.

D: La pittura che facevi in passato: rinneghi?
R: Non rinnego nulla. Era già un lavoro su livelli. Molte mamme hanno appeso i miei acrilici coloratissimi nelle camerette dei loro bambini. Non vedevano che sotto lo strato di colore c’erano teschi e ossa.

D: I bouquet di fiori
R: Sono la risposta a un’altra paura. Quella della banalità. Nessuno mette più in casa immagini di fiori. Sono banali, si dice. Sono meravigliosi, e per restituire questa valenza attiro su di loro uno sguardo diverso, “gonfiandoli” di tridimensionalità. Gli restituisco una valenza meditativa.

D: Perché con i fiori sei tu a scattare le fotografie?
R: Vivevo un momento complicato di trasformazione. È nato un progetto. L’avevo chiamato 100 mani. Incaricavo la mia mano destra di ritrarre con...
<i>Intervista ad Alfred Drago Rens</i><span>Read</span>