Galleria del Laocoonte

Roma

Maria Luisa Lurini, in arte Marisa Mori – nata a Firenze il 9 marzo del 1900 da Mario Lurini, ispettore de La Fondiaria e Edmea Bernini, discendente di Gian Lorenzo Bernini – possiede in realtà un ben più vasto repertorio artistico, che vede in prima posizione la sua innata attitudine al disegno, testimoniata da un inesplorato e vasto nucleo di opere, soprattutto a carboncino, portato alla luce grazie al lavoro di archiviazione condotto dalla Galleria del Laocoonte, che ne pubblicherà il catalogo generale (a cura di Monica Cardarelli, edizione Polistampa). In mostra l’intenso Ritratto Luciferino del 1926 nelle sue due versioni, quella che ne ritrae il solo volto e quella che la vede davanti al cavalletto, testimoni entrambi della prima maniera dell’artista.

Dal 1925 allieva di Felice Casorati, Marisa Mori apprende velocemente la lezione del maestro, tanto che nello stesso anno del suo ingresso nella casa-studio di Via Mazzini, Casorati la farà partecipare al suo fianco alla mostra “Vedute di Torino” indetta dalla Società di Belle Arti Antonio Fontanesi. Marisa Mori presenterà due versioni di Via Lanfranchi, la via dove abitava con i genitori e il figlioletto di tre anni dopo il breve e burrascoso matrimonio con suo cugino Mario Mori (1890-1943), tecnico minerario e agronomo. In mostra è la prima versione di Via Lanfranchi, una metafisica istantanea poeticamente solitaria.

Al verso della tavoletta dipinta, come tante altre opere della Mori, è raffigurata un’altra opera, la Natura morta metafisica, realizzata ben due anni...
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Con un naso così importante e nobilmente adunco come il suo, Fabrizio Clerici poteva sembrare solo a prima vista un rapace, ma bastava ascoltare la sua voce educata, i suoi discorsi raffinati in cui erano spesso incastonate, nel suo italiano di milanese vissuto a Roma sin da bambino, qua e là parole e frasi francesi, per capire che egli non era uccello da preda, ma piuttosto un distintissimo trampoliere, una gru, un airone, a cui madre natura aveva dato per sopravvivere il dono supremo dell’eleganza e lunghe gambe dall’alto delle quali poter osservare la bassa corte in cui razzoliamo noi bipedi ordinari.

Così quando quest’artista surreale e metafisico, nel 1983, fece stampare presso le edizioni di Franca May, il volume di illustrazioni “Alle Cinque da Savinio”, tutti videro, nel repertorio ornitologico in 48 tavole, in cui uccelli di ogni razza interpretavano come in “tableaux vivants” le scene di vita quotidiana e le cerimonie di un’umanità borghese ormai scomparsa, un esercizio estremo nel genere dell’autoritratto: non nel rappresentare se stessi, ma tutti gli altri come se stessi. Eppure non sappiamo se Fabrizio Clerici fosse cosciente di questo risultato. Il pittore, lo scrittore a cui l’omaggio è dedicato, Andrea De Chirico (Atene 1891 – Roma 1952) in arte e per i posteri ormai Alberto Savinio, invece lo sapeva. Quando ritrasse se stesso si rappresentò – si vide – con una testa di gufo su di un corpo umano, caro ad Atena Dea dell’intelletto, simbolo del notturno studio, ma pur sempre gufo. E dalle favole...
<i>Fabrizio Clerici</i><span>Read</span>