Lucretia Moroni

Una volta dipingevi, adesso fotografi. Quando hai scelto la fotografia come mezzo di espressione esclusivo?

Ho sempre fotografato, ma pensavo che la pittura e la decorazione, data la facilità con cui ottenevo buoni risultati, mi sarebbero bastate. Poi ho deciso di seguire qualche corso di fotografia: ero incuriosita dal momento di passaggio dall’analogico al digitale. I corsi si sono trasformati in una scuola di due anni (ICP - International Center of Photography). È così che ho elaborato un metodo di stampa con processo alternativo, che è diventato la base del mio modo di fare fotografia.

La pittura ti manca?

Trovo la fotografia immensamente più ricca di stimoli. Meno ripetitiva: il processo che uso per stampare dà risultati molto pittorici.

Come mai fotografi ponti?

Il ponte è un simbolo di cambiamento, di passaggio. Per me è particolarmente significativo, perché la mia vita si divide fra il nord Italia e New York.
Inoltre, i ponti americani mi piacciono molto per la loro struttura ingegneristica. Sono fotogenici. Ed è divertente rincorrerli per cercare di fotografarli dalla strada, in movimento: più di tanto non riesci ad avvicinarti. La considero una sfida, un work in progress.

L’immagine della casa nella nebbia?

È la casa della mia famiglia, a Bergamo. Ho realizzato quell’immagine tre o quattro anni fa. Nella camera al piano di sopra si vede una luce accesa: la vita dentro casa, i miei figli. Io ero fuori, e ho camminato a lungo intorno all’edificio per riprendere più nebbia possibile…

La Lombardia nelle...
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